Ho incontrato un toscano … che passava col rosso

Ho atteso di incontrarlo per anni.
A volte l’ho evitato per un pelo; altre, l’ho evitato di proposito.
Altre ancora, il frastuono della città intorno non mi sembrava costituisse l’ambiente adatto a chiedergli una stretta di mano. Poi, venerdì, complici la mia gamba malandata che mi ha costretto a camminare più lentamente e il semaforo di uno degli incroci da sempre più caotici della città, ho trovato il tempo giusto per fermarlo. In realtà a quel semaforo ero fermo, in attesa del mio verde. Lui, è passato col rosso: ma lo perdono. In una frazione di secondo, prima che io impegnassi la striscia pedonale allo scattare del verde, l’ho visto terminare la sua attraversata furtiva e pararsi praticamente dinanzi a me. Mai avrei pensato che un toscano attraversasse col rosso: lui, dopo otto anni di permanenza in città, malgrado le tante soluzioni e cambiamenti che grazie al suo lavoro è riuscito ad ottenere per la città, si è ampiamente adeguato agli usi locali, segno che ne ha compreso il DNA, giustificandone in parte anche alcuni errori della sua articolata sequenza
“Direttore”…gli ho detto, e lui – leggermente curvo da un lato per sostenere il peso della borsa a tracolla che pendeva dal lato opposto – si è voltato verso di me, ha appena abbozzato un sorriso e risposto con un veloce “Buongiorno”, accennando a proseguire verso il marciapiede.
“Direttore”, ho insistito, voltandomi frontalmente verso di lui e ottenendo la sua attenzione.
L’incrocio del Museo è uno di quei luoghi in città dove parlare è ardua impresa. Quando attraverso le onnipresenti colonne di auto che si incrociano e le correnti di traffico che si intersecano per impegnare le varie direzioni possibili, il frastuono del traffico esubera persino il suono delle cuffiette. Non c’è competizione. Meglio rinunciare alla musica e rimandarla un centinaio di metri dopo l’incrocio che insistere per godersi poche note conosciute mescolate a clacson, sirene e motori che impazziscono per buona parte della giornata.
Velocemente ho scavato nella memoria e ho ricordato quando l’avevo incontrato anni fa, alle 7,30 di un mattino d’estate, dirigersi verso un bar insieme ad alcune dipendenti/colleghe di lavoro, poco prima di iniziare la loro giornata. Non mi sembrò un momento buono per parlargli. Così come non ritenni di avvicinarmi a lui un 14 agosto in piazza Municipio in compagnia di due donne, ciascuno munito di trolley. Mi apparse chiaro fossero diretti verso gli imbarchi per le isole e un po’ il caldo torrido, un po’ la loro postura che dava voce ad un legittimo desiderio di vacanza, ho ritenuto di non rompere quella che mi era apparsa come una variopinta bolla di intima solitudine.
Stavolta l’occasione l’ho sfruttata per intero, proprio come me l’ero proiettata tante volte nella mia mente.
Ho avuto il tempo di consegnargli il mio grazie per come ha trasformato il “Museo Archeologico Nazionale” ne “Il Mann” ed esprimergli la mia gratitudine per aver trasformato il Mann da semplice prestigioso museo a luogo dove è piacevole intrattenersi, per un’intera giornata o solo per un’ora, a godere di un’unica opera d’arte o sorseggiare un tè nel Cortile delle Fontane, uno dei tanti ambienti del museo resi nuovamente fruibili per i visitatori.
Saranno stati quattro, sei, sette lunghissimi minuti, eppure non mi sono bastati per esprimere quali segnali mi avessero dimostrato il lavoro enorme da Lui compiuto nel corso dei suoi due mandati in qualità di Direttore.
Sono sotto gli occhi di tutti le mostre realizzate, i depositi aperti, i nuovi ambienti restaurati e stabilmente resi fruibili ai visitatori; i riconoscimenti ricevuti; il personale in divisa attento e gentile; le “caccia al tesoro”-visita guidata per bambini; la Sala Egizia che – per chi ha il coraggio di superare i luoghi comuni dello scetticismo e della critica sterile – contiene una collezione di estremo interesse per appassionati o semplici curiosi che dimostrino sincera passione per la storia e là cultura del popolo dei geroglifici e delle pitture di profilo.
Il mio grazie – io, nato e cresciuto a metà strada tra due dei musei più importanti in città e nel mondo, portati in visita più volte sin da bambini da nostro padre ad ammirare le collezioni in essi conservate – scaturisce per le tante volte in cui in pieno inverno, nel buio dell’ora solare in inverno o delle ore delle mattine scure per il maltempo, ho visto le enormi finestre illuminate lasciando intravedere le sale dall’interno.
Sembrava una magia: il Museo che si apre alla città. Il Museo, che torna ad essere sede di mostre impensabili una vita fa ( penso a Canova, la mostra dei record ). Il Museo, che crea mostre stabili, disponendo e integrando in maniera mai eseguita prima pezzi storicamente esposti e pezzi mai visti prima, tirati apposta fuori dai depositi. Il Museo, che ha accostato fumetti ad archeologia, mondo nuragico a reperti pompeiani, Egitto ai Longobardi, Magna Grecia a Gladiatori. Il Museo, che ha aperto le sale alle conferenze di archeologia ( Lui, il suo direttore, è un archeologo ), a seminari approfonditi su crateri e affreschi, al cinema, al tango, alla poesia di Mariangela Gualtieri dinanzi all’immenso Toro Farnese. Il Museo delle oltre 300 mostre all’estero e del restauro del Mosaico di Alessandro Magno e relativa mostra; delle aperture estive serali del giovedì.
Un elenco sarebbe lungo. Lungo assai.
I suoi occhi chiari e il sorriso accogliente mentre gli chiedevo il  permesso di stringergli la mano, in quei pochi interminabili minuti, hanno lasciato il posto a poche parole, attraverso le quali ha ringraziato – impacciato – per i miei concitati complimenti, ritenendosi di aver fatto soltanto qualcosa per i cittadini.
Parole sue: qualcosa per i cittadini, per la Città, quindi, prima delle migliaia di turisti che riempiono ogni giorno alberghi e ristoranti per varcare l’imponente ed ambito ingresso del palazzo rosso in piazza Museo.
Tornato a casa, mentre scorrevo tra me e me i tanti motivi per i quali rinnovo sempre la mia tessera di ingresso annuale  – e controllata a stento l’emozione quasi da invasato attraversata anche dopo l’incontro –  ho letto sulla rete che il 30 settembre 2023 è scaduto il secondo mandato da Direttore del Mann e che – secondo regola – tale incarico non potrà essere prorogato una terza volta.
C’è chi ha scritto fosse proiettato verso gli Uffizi, riavvicinandosi ad Arezzo, sua città natale; chi, facendo leva su tanti progetti e accordi da Lui abbozzati, vorrebbe che il suo ideatore fosse anche il naturale nocchiere per condurre all’altra riva i suddetti progetti completati; c’è chi – e non ne sono mancati – ha criticato il suo operato e non vede l’ora che quella carica fosse assegnata ad altra figura di rilievo nel settore.
Venerdì, giorno del fortunato incontro, era il 6 ottobre, quindi … mandato scaduto.
Lui, sempre curvo da un lato per la pesante borsa a tracolla che pendeva dal lato opposto, non ha fatto alcun cenno ad un Arrivederci Napoli. Sono stato io che – felice di avergli stretto la mano – gli ho detto:“Grazie Dottor Paolo Giulierini. La Città ha ancora bisogno di Lei. Arrivederci a presto, Direttore”.

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