Don Chisciotte, omaggio alla follia
“È meglio vivere a testa bassa, inseriti in un contesto che ci precede e ci forma, in una rete di regole pre-determinate che, a loro volta, ci determinano? Gli uomini che, nel corso dei secoli, hanno osato svincolarsi da questa rete – avvalendosi del sogno, della fantasia, dell’immaginazione – sono stati spesso considerati “pazzi”. Salvo poi venir riabilitati dalla Storia stessa. Dopotutto, sono proprio coloro che sono folli abbastanza da credere nella loro visione del mondo, da andare controcorrente, da ribaltare il tavolo, che meritano di essere ricordati in eterno: tra gli altri, Galileo, Leonardo, Mozart, Che Guevara, Mandela, Madre Teresa, Steve Jobs e, perché no, Don Chisciotte”.
Partiamo da quanto scritto in sede di presentazione da Alessio Boni per parlare del “Don Chisciotte” di scena fino al 26 febbraio al Mercadante. E’ a volte stucchevole leggere nelle critiche la possibile interpretazione del pensiero di chi ha scritto o messo in scena l’opera. Non sta a chi recensisce un lavoro teatrale interpretare cosa volesse dire l’autore. Se è stato bravo lo spettatore raccoglie il messaggio. Altrimenti, se il messaggio non arriva, è l’autore stesso ad aver sbagliato qualcosa. Non sta al critico interpretarlo.
Chiariamo un concetto: il “Don Chisciotte” portato in scena da Alessio Boni è un lavoro, è giusto dirlo subito, gradevole, solo ispirato dal romanzo di Cervantes. Boni per sua espressa ammissione ha posto al centro del suo lavoro il concetto di pazzia. Lo si evince chiaramente dalle ultime battute. Quando don Chisciotte è in un ospedale dove si risveglia dopo una delicatissima operazione. “Sono io che ho sognato di essere don Chisciotte, o don Chisciotte ha sognato di essere me”. E il fido Sancho risponde: “Cosa cambia, avete sognato fino all’ultimo istante della vostra vita, non vi basta”? Ed il morente don Chisciotte replica: “Ormai Sancho sei più pazzo di me”.
Allo spettatore in realtà può anche non interessare cosa volesse davvero comunicare l’autore. Allo spettatore che paga il biglietto per andare ad assistere ad uno spettacolo interessa soprattutto che lo spettacolo sia degno del costo pagato. E da questo punto di vista non ci sono dubbi: stavolta ne vale davvero la pena. Un lavoro per altro difficile da mettere in scena. Il don Chisciotte di Cervantes è un cavaliere errante. Una cosa che è un difficile da portare in teatro. Bravissimo Massimo Troncanetti che ha curato la scenografia, con una serie di pannelli che si alzano e scendono a secondo della necessità. Il senso del movimento è garantito agli occhi dello spettatore da tutto ciò. Anche il cavallo ha fatto la sua parte, grazie ad un bravissimo Biagio Iacovelli che oltre tutto ha dimostrato di avere una resistenza fisica di primo livello. Eccellenti anche i testi, la musica, i costumi. Un lavoro eccellente sotto tutti i punti di vista.
Quanto alla recitazione inutile o quasi parlare di Alessio Boni, autentico padrone del palcoscenico. Da sottolineare anche Serra Yilmaz, che ha recitato la parte di uno uomo, Sancho, muovendosi con grande padronanza.
In poche parole: un lavoro che merita di essere visto.

